di Enrico Clementi
La recente morte di Matteo Franzoso ha riaperto, con forza e dolore, il tema della sicurezza nello sci alpino, tanto a livello professionale quanto giovanile. Come spesso accade in questi casi, il dibattito sui social e nei media ha preso direzioni molteplici: dall’emozione immediata al giudizio tecnico, dalle richieste di nuove misure di protezione a considerazioni di carattere esistenziale. Vale la pena, forse, sospendere il bisogno di risposte definitive e provare a guardare più da vicino alcune delle prospettive che si intrecciano intorno al rischio nello sport, e nello sci alpino in particolare.
La dimensione biologica e psicologica
La sicurezza, intesa come incolumità fisica, si lega immediatamente ai presidi tecnici, ai materiali, alla preparazione atletica. Ogni atleta si affida a un sistema di protezioni, di allenamento e di controllo che dovrebbe minimizzare l’esposizione al rischio. Tuttavia, nello sci alpino, come in altri sport ad alta velocità, il margine di errore è sempre presente: il corpo resta vulnerabile, la fiducia negli strumenti e nelle proprie capacità è necessaria ma mai assoluta.
Dal punto di vista psicologico, la gestione del rischio diventa parte integrante della formazione dell’atleta. Accettare di “stare dentro” un contesto che espone continuamente a possibilità di caduta, di incidente, di sovraesposizione al pericolo, richiede un equilibrio interiore che non sempre può essere garantito né dall’allenatore né dall’istituzione sportiva.
La dimensione sociale e giuridica
Il rischio non è mai solo personale. È condiviso e, in parte, demandato. Alle istituzioni sportive si chiede di predisporre regole, norme, presidi di protezione. Agli organizzatori delle competizioni si chiede responsabilità nella scelta dei tracciati e delle condizioni di gara. Agli allenatori e ai club si chiede di mediare tra la spinta all’eccellenza e il rispetto della persona.
Eppure nessuna cornice normativa può eliminare del tutto la possibilità dell’errore, né quella di un destino che si manifesta in forme improvvise e tragiche. La responsabilità, allora, resta un intreccio complesso: personale, professionale, istituzionale. Sempre parziale, mai definitiva.
Una fenomenologia del rischio
Si potrebbe azzardare una sorta di fenomenologia del rischio nello sci alpino, riconoscendo alcune polarità fondamentali:
- sicurezza / fiducia
- incolumità / esposizione
- controllo / errore
- protezione / vulnerabilità
- rischio assunto / rischio imposto o demandato (ad attrezzi, tecnologie, regole).
Queste coppie rivelano non tanto soluzioni quanto la natura provvisoria e fragile del nostro stare nel mondo, anche nello sport. Ogni prospettiva – biologica, psicologica, sociale, giuridica – illumina un aspetto ma lascia in ombra altri.
Una domanda che resta aperta
Forse la frase più incisiva, dopo la morte di Franzoso, è stata quella del padre: non aveva mai capito fino in fondo la dedizione del figlio allo sci agonistico. Qui si apre uno spazio di incomprensione che ci riguarda tutti: come è possibile accettare la morte nello sport, in ciò che nasce come “gioco”?
Questa domanda, più che un problema da risolvere, sembra rimandare a una riflessione più ampia: sul senso che diamo alle nostre pratiche, sul significato culturale del rischio, sulla tensione tra desiderio di protezione e desiderio di superamento dei limiti.
In fondo, tragedie come quella di Franzoso non si spiegano, ma ci obbligano a pensare. Ci ricordano che i sistemi di sicurezza e di senso che costruiamo sono, inevitabilmente, provvisori. E che proprio in questa provvisorietà si gioca la nostra condizione umana: vulnerabile, esposta, ma al tempo stesso capace di fiducia e dedizione.
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