Oltre l’empirismo: sci alpino e complessità

Oltre l’empirismo: sci alpino e complessità

I.

Il lavoro del mental coach nello sci alpino è finalizzato, così come quello dell’allenatore per l’aspetto tecnico, a facilitare l’allineamento della prestazione reale con quella potenziale.

Questa affermazione, generalmente condivisa, suggerisce che ogni atleta ha un margine più o meno ampio di miglioramento; suggerisce, inoltre, che anche con l’atleta evoluto si lavora all’acquisizione di nuove abilità: tali abilità, quindi, non vanno semplicemente mantenute, ma aumentate, individuando sempre e nuovamente aree di miglioramento.

Inizia ad essere accolta anche l’idea che lo sci alpino è un apprendimento e che parlare di nuove abilità, di fatto, significa parlare di nuovi apprendimenti.

L’elemento conduttore del mio “L’allenamento mentale nello sci alpino” (BMS, 2020) http://www.bmsitaly.com/prodotto/allenamento-mentale-nello-sci-alpino/ è che tale disciplina, al pari di altri sport, è per l’appunto un apprendimento. Il sottotitolo del libro, “Prospettive e strumenti dal mondo dell’educazione”, è d’altronde emblematico e forse, più del titolo, suggerisce la mia impostazione di lavoro.

II.

Con apprendimento, in ambito psicopedagogico, s’intende il processo d’acquisizione delle nozioni e delle abilità necessarie perché un individuo consegua, o migliori, il suo adattamento in un determinato ambiente.

L’apprendimento, quindi, è un processo di natura complessa; ossia un processo che possiamo concepire come un aggregato, più o meno integrato e strutturato, di elementi di conoscenza tra loro interagenti.

Ora, dire che lo sci alpino e un apprendimento, equivale a dire che esso è cosa complessa e che il comportamento d’un atleta, da ultimo, non è immediatamente riconducibile a quello dei singoli costituenti; perché dipendenti, questi ultimi, dalle loro interazioni.

La performance d’un atleta è composta da n. variabili, che connesse tra loro qualificano l’elemento stesso e ne tracciano la complessità. Pertanto, come si diceva, è l’interazione tra gli elementi componenti che delinea la complessità dell’oggetto osservato (sistema o modello).

Parlare dello sci alpino come apprendimento e riconoscerne la complessità, significa, pertanto:

  1. assumere che la complessità “non è un’operazione che un sistema effettua o che in esso si verifica: complessità è un concetto dell’osservazione e della descrizione”;
  2. che per approcciare un fatto complesso dobbiamo necessariamente operare delle scomposizioni “mediante i concetti di elemento e relazione, cioè mediante un’ulteriore distinzione” (Luhmann, 1995).

Quindi, un’unità è complessa – lo sci alpino, in quanto apprendimento, è complesso – nella misura in cui possiede più elementi collegati tra loro mediante relazioni: le relazioni possibili tra gli elementi aumentano con l’incremento del numero dei costituenti, ossia quando il sistema cresce.

III.

Questo significa che il fenomeno da noi osservato, la prestazione, sarà tanto più complesso e difficile da scomporre, quanto maggiori saranno gli elementi che, in modo generalissimo, siamo usi ricondurre alle variabili mente-corpo-ambiente.

È così evidente che per leggere la prestazione dobbiamo operare una selezione delle informazioni, che sarà strutturalmente parziale e si presterà a riduzioni di carattere interpretativo: per questo nutro perplessità -sul piano conoscitivo, se non pratico – sull’adozione di teorie, tecniche, modelli rappresentativi attraverso i quali, in genere, s’intende leggere e “misurare” la prestazione (approccio psicometrico).

Va ricordato che “complessità è il fatto che ci sono sempre più possibilità di quante possano essere attualizzate” sui vari piani d’analisi (C. Baraldi, G. Corsi, E. Esposito, 1996).

Non è difficile immaginare che lo sci agonistico del futuro, più che di letture empiriche della prestazione, si avvarrà di sistemi d’analisi funzionali a cogliere il gesto nella sua complessità; avvalendosi di dati previsionali derivati da componenti multiple e interagenti e utilizzando teorie o modelli funzionali, appunto, a cogliere il gesto nella sua mutevolezza.

IV.

Chiudo questa breve disamina sulla complessità dicendo che essa, per il tecnico, rappresenta una sfida: da un lato porta il dubbio nel suo mondo di conoscenze e convinzioni (viene meno il mito della certezza, della completezza), dall’altro però, se accolto, gli suggerisce atteggiamenti, ipotesi, prospettive di lavoro diverse.

Aprirsi ad analisi meno puntuali e a teorie meno definite (si pensi al discorso tecnico nello sci alpino così come generalmente inteso dalle scuole nazionali) è anche e soprattutto un “approfondimento dell’avventura della conoscenza”.

È anche e soprattutto l’esigenza di una “trasformazione dei giudizi di valore che operano nella selezione delle questioni legittime e dei problemi che è interessante porre, perfino di una nuova concezione del sapere”, di un cambiamento estetico (la compostezza e plasticità del gesto così come oggi concepite), di un “dialogo fra le nostre menti e ciò che esse hanno prodotto sotto forma di idee e di sistemi di idee” (G. Bocchi, M. Ceruti (a cura di) 2007).

Lo studio e la ricerca riguardanti lo sci alpino e del pari la comunicazione, il linguaggio che caratterizza questo mondo, richiedono pertanto un cambiamento di prospettiva che l’approccio alla complessità sembra in grado di garantire.

Dal momento che tale approccio ci richiede «di pensare senza mai chiudere i concetti, di spezzare le sfere chiuse, di ristabilire le articolazioni tra ciò che è disgiunto, di sforzarci di comprendere la multidimensionalità, di pensare con la singolarità, con la località, con la temporalità, di non dimenticare mai le totalità integratrici. È la tensione verso il sapere totale, e nello stesso tempo, la coscienza antagonista del fatto che, come ha detto Adorno, “la totalità è la non verità”. La totalità è nello stesso tempo verità e non verità, e la complessità sta proprio in questo: nella congiunzione di concetti che si combattono reciprocamente» (E. Morin, in G. Bocchi, M. Ceruti (a cura di), cit.).