Oltre la colpa. Verso una cultura condivisa del rischio nello sci alpino

Oltre la colpa. Verso una cultura condivisa del rischio nello sci alpino

di Enrico Clementi

Negli ultimi anni, lo sci italiano è stato attraversato da eventi tragici che hanno riaperto una questione irrisolta: come si distribuisce la responsabilità nella gestione del rischio sportivo?

I casi di Matilde Lorenzi e, in un contesto diverso ma ugualmente emblematico, di Franzoso, hanno riportato al centro dell’attenzione pubblica il rapporto fra atleta, allenatore, federazione e ambiente di pratica.

Due vicende distinte, accomunate da un medesimo rischio: quello di trasformare il dramma in un processo mediatico e morale, anziché in un’occasione di riflessione sistemica.

La scorciatoia del colpevole

In ogni sistema complesso, quando accade un evento critico, il primo riflesso è cercare un responsabile individuale. È una risposta umana, ma anche un limite strutturale: il bisogno di dare un volto alla colpa può oscurare le dinamiche che rendono possibile l’errore.

Nel mondo dello sci agonistico, questo rischio è amplificato dall’assenza di un quadro professionale regolato per gli allenatori, simile a quello di altre categorie (come i medici o gli ingegneri), dove l’errore può essere analizzato senza essere automaticamente equiparato alla colpa.

L’allenatore indagato, oggi, è spesso esposto e isolato: figura di prossimità tra atleta e sistema, ma priva di tutele chiare e di un riconoscimento formale della complessità del proprio ruolo.

Quando un evento tragico avviene, la linea che separa l’errore tecnico dalla responsabilità penale si fa sottile — e il dibattito pubblico, come nell’attuale, tende a saltarla.

Dall’errore individuale al rischio sistemico

Una cultura sportiva matura dovrebbe accettare che l’errore fa parte del rischio professionale. Non per assolvere, ma per comprendere. In medicina, ad esempio, l’analisi degli errori (“incident reporting”) è diventata una leva di miglioramento, non di punizione.

Nel mondo dello sci, un percorso analogo permetterebbe di distinguere tra:

  • errore tecnico, legato a decisioni o valutazioni sul campo, e a corresponsabilità dell’atleta;
  • errore sistemico, connesso a carenze organizzative, normative o infrastrutturali, da ascrivere alle fedarazioni o a terzi;
  • negligenza vera e propria, che resta responsabilità individuale.

Solo questa distinzione consente di imparare dai fatti, invece di ripeterli sotto forme nuove.

Il soccorso come funzione strutturale della sicurezza

La sicurezza non si esaurisce nella prevenzione: include anche la qualità e tempestività del soccorso – si sono anche ipotizzati ritardi nel soccorso alla Lorenzi

Il momento dell’incidente non segna la fine della responsabilità del sistema, ma ne mette alla prova la solidità. Ogni ritardo operativo — nella chiamata, nella comunicazione o nell’intervento — rappresenta una perdita di efficienza e di fiducia collettiva.

Il soccorso, quindi, non è una risposta emergenziale, bensì una funzione strutturale della sicurezza, che deve essere pianificata, formata e verificata al pari delle altre componenti tecniche e organizzative.

La corresponsabilità come principio educativo

Il caso Lorenzi, in particolare, evidenzia un punto spesso sottovalutato: la corresponsabilità educativa e relazionale. Nello sport giovanile, nessuno è esterno alla cultura del rischio: atleta, famiglia, tecnico, dirigenti e gestori delle piste partecipano a un unico sistema di sicurezza.

Attribuire tutto a un singolo anello della catena significa non comprendere la rete che tiene insieme la formazione sportiva e quella umana.

Costruire una cultura condivisa del rischio vuol dire insegnare fin dall’inizio che la libertà agonistica e la sicurezza non si oppongono: convivono, se ciascuno riconosce il proprio ruolo nel prevenire l’errore e nel gestirlo quando accade.

Rapporto tra attività dilettantistica e professionismo

Anche se è corretta una distinzione tra atleti under 18 e maggiorenni, così come tra professionismo e dilettantismo, il principio non cambia. In ogni fascia d’età e livello competitivo, la responsabilità non è mai isolata: mutano le proporzioni, non la logica.

L’atleta adulto dispone di maggiore autonomia decisionale, ma resta inserito in un sistema tecnico e organizzativo che orienta le sue scelte; allo stesso modo, nei contesti giovanili, la presenza della famiglia e delle strutture educative rafforza, non sostituisce, la responsabilità condivisa.

In tutti i casi, la sicurezza è un fatto relazionale prima che regolamentare: una rete di decisioni e attenzioni reciproche che nessun attore può considerare esterna a sé.

Federazioni e tutela professionale

La FISI, e più in generale le federazioni sportive, hanno oggi l’occasione di ridefinire il loro ruolo: non solo garanti della competizione, ma custodi di un sistema di sicurezza trasparente e partecipato.

Ciò implica due direzioni parallele:

  1. Tutela istituzionale dei propri tecnici e tesserati in caso di indagine, evitando che diventino capri espiatori.
  2. Prevenzione strutturale, attraverso linee guida chiare, formazione continua e procedure di audit interno sui protocolli di allenamento e sicurezza.

Non è sufficente una comunicazione neutra, istituzionale, o un supporto giudiziale: la tutela del singolo passa attraverso la responsabilità dell’istituzione tutta.

Evitare la frattura interna

Un rischio ulteriore è la polarizzazione interna al mondo dello sport, già visibile in alcune prese di posizione tra atleti e allenatori.

La “gogna mediatica”, ma anche l’ostracismo interno, non solo feriscono le persone coinvolte, ma minano la fiducia collettiva nel sistema.

Ogni divisione pubblica all’interno della comunità sportiva indebolisce il messaggio educativo che lo sport dovrebbe rappresentare: quello di una competizione fondata sul rispetto reciproco e sulla lealtà, anche e soprattutto nei momenti di crisi.

Dal reagire al prevenire

Ciò che distingue un sistema “reattivo” da uno “preventivo” è la capacità di trasformare l’errore in conoscenza.
Finché le istituzioni sportive continueranno a rispondere agli incidenti solo dopo che accadono, cercando colpe o giustificazioni, resteranno prigioniere del caso.

Un modello preventivo, invece, richiede dati, analisi e condivisione: significa costruire archivi di incidenti, confrontare procedure, rivedere protocolli, formare allenatori alla gestione del rischio come parte integrante della loro professionalità.

Conclusione. Responsabilità e corresponsabilità nello sport: un equilibrio da ricostruire

I casi Lorenzi e Franzoso non dovrebbero diventare simboli di colpa, ma catalizzatori di cambiamento.

Dietro ogni tragedia sportiva si nasconde una domanda collettiva: come rendere il rischio parte consapevole, e non fatale, della pratica agonistica?

Rispondere non spetta solo ai tribunali, ma a un intero sistema che, se vuole crescere, deve imparare a dire: abbiamo sbagliato, e da qui ripartiamo.

La riapertura del caso Lorenzi non dovrebbe trasformarsi in un nuovo terreno di scontro mediatico, ma in un’occasione di riflessione collettiva. Dietro ogni evento tragico, lo sport rivela la sua fragilità più profonda: la difficoltà nel distinguere tra responsabilità individuale e corresponsabilità di sistema.

L’allenatore, in particolare, opera in una zona complessa, dove la decisione tecnica convive con un compito educativo e con un mandato sociale implicito: formare, tutelare, guidare.

Quello dell’allenatore è un ruolo ad alta esposizione e scarsa protezione, che merita oggi un riconoscimento più chiaro e strumenti di tutela professionale adeguati.

Ripensare la cultura della sicurezza significa allora riconoscere che nessuno è “esterno” al rischio: atleti, tecnici, famiglie, gestori e federazioni partecipano alla stessa rete di responsabilità. E la vera maturità del sistema sportivo sta nella capacità di trasformare la ricerca del colpevole in ricerca di senso e di prevenzione.

Immagine: EUROSPORT – Non si intende violare alcun copyright

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