Genitori e sci club, tra comportamenti attivi, reattivi e specialismi.

Genitori e sci club, tra comportamenti attivi, reattivi e specialismi.

Sappiamo che non c’è un modo giusto o un modo sbagliato di essere genitori, ma che il concetto di genitorialità è riferito alla complessità del processo di crescita di un bambino, di un giovane, e non esclusivamente alla relazione biologica: è genitore, chi fa il genitore.

La teoria ci dice che ci sono degli stili genitoriali che determinano il benessere psico-fisico del bambino e condizionano, in modo più o meno positivo, il suo processo di crescita. Questi stili vanno dall’autorevole al permissivo, dall’autoritario al non-coinvolto, implicando combinazioni di accettazione e reattività, domanda e forme di controllo.

Le abilità genitoriali – in larga misura corrispondenti alle abilità che il genitore ha di gestire se stesso e le relazioni in genere sul piano emotivo – sono gli strumenti guida di un “buon genitore”; cioè gli strumenti che agevolano o, al contrario, rendono difficoltoso il processo di crescita e l’accesso di un figlio all’età adulta.

Il potenziale cognitivo, le abilità sociali e il funzionamento comportamentale che un bambino acquisisce durante i primi anni, dipendono fondamentalmente dalla qualità dell’interazioni con i genitori.

Non esiste un singolo modello definitivo di genitorialità. Con genitori autoritari e permissivi su lati opposti dello spettro, la maggior parte dei modelli convenzionali e moderni di genitorialità cade da qualche parte nel mezzo.

Lo stile genitoriale “giusto” è quello che combina una richiesta di livello medio al bambino, e una reattività di livello medio da parte dei genitori.

I genitori autorevoli si basano su rinforzi positivi e sono consapevoli dei sentimenti e delle capacità del bambino o del giovane, sostenendone lo sviluppo dell’autonomia entro limiti ragionevoli.

Vi è un’atmosfera di “dare-e-avere” nella comunicazione genitore-figlio e sia il controllo che il supporto sono bilanciati. La ricerca mostra che questo stile è più utile dello stile autoritario, troppo rigido, o dello stile permissivo che sfocia nel disimpegno.

1.

Un aspetto rilevante, anche se lasciato inesplorato fino alla fine degli anni Novanta, è il rapporto tra allenatore, atleta e genitore, rapporto che ha il fine di costruire attorno all’attività sportiva un sodalizio di tipo educativo.

Uno degli aspetti che caratterizzano la vita di uno sci club, nella persona degli allenatori e dei dirigenti, è certamente il rapporto con le famiglie. Lo sci club è una realtà composita dove interessi diversi, punti d’osservazione e forme di coinvolgimento pure diverse, convivono in modo generalmente irriflesso, poco consapevole.

Possiamo guardare quello che accade al suo interno, almeno da quattro angolazioni: quella dirigenziale, quella degli allenatori, quella degli atleti, quella dei genitori.

Se il beneficiario finale delle attività di allenamento, di gara o ludico-ricreative è il bambino o il giovane atleta, il beneficiario intermedio è senza dubbio la famigli.

È opinione di alcuni autori (Mantegazza, 1999) che il compito dell’allenatore è quello di collaborare con i genitori, che, per evidenti ragioni, non possono e non debbono essere esclusi da discussioni e confronti che riguardano l’evoluzione sportiva del figlio.

Il tema della collaborazione tra allenatori e genitori, ad oggi, rimane comunque un aspetto critico da valutare e gestire; in quanto il gruppo dirigente e lo staff dovrebbero trovare strategie funzionali, tempi, luoghi, risorse, per curare questo aspetto.

Da un punto di vista comunicativo si tratta di curare interazioni che dovrebbero favorire lo scambio di idee, piuttosto che modalità lineari di scambio che contribuiscono, spesso, all’instaurarsi di barriere relazionali e incomprensioni.

Questo avviene quando si differenziano comportamenti e regole in ambiente domestico, e comportamenti e regole in ambiente sportivo (non c’è convergenza tra sistema di regole familiari e regole nello sci club); oppure quando non si tiene debitamente conto dell’impatto che un’aspettativa, un atteggiamento, una richiesta genitoriale, hanno sui vissuti e sulle reazioni emotive del giovane atleta.   

Solo per fare un esempio, è stato dimostrato che la presenza di entrambi i genitori influenza le reazioni emotive, in particolar modo aumentando l’ansia precompetitiva, soprattutto per le ragazze e negli sport individuali; mentre la loro assenza, seppure non associata a livelli inferiori di ansia precompetitiva, permette una migliore elaborazione dei vissuti emotivi (Bois et al., 2009).

C’è una tendenza alla simmetria, come vedremo, in specie per quei genitori che gestiscono il loro ruolo sul versante emotivo, modulando con difficoltà i vissuti corrispondenti (senso di fallimento, frustrazione, disvalore e simili).

Lo spazio tra genitori e sci club, che definiremo “mesosistema” (Bronfenbrenner,1979), ossia sistema fatto di contesti interagenti cui il soggetto partecipa in modo attivo, è da intendersi come uno spazio relazionale in cui costruire la trama di una possibile corresponsabilità educativa tra gruppo dirigente/allenatori e genitori/atleti, a molti livelli:

  • percezione di sé e autostima,
  • autoefficacia percepita (sentirsi non solo capaci di fare qualche cosa, ma in grado di apprendere e migliorare le proprie abilità),
  • comprensione delle regole, che vanno sempre e comunque condivise e in qualche modo negoziate,
  • rafforzamento delle capacità di lettura dei contesti (capacità d’analisi e capacità critiche costruttive),
  • intelligenza emotiva,
  • autonomie, ecc.

Ad oggi faccio reale fatica a capire come, prima e dopo una gara, alcuni genitori o allenatori, e conseguentemente ragazzi, siano focalizzati in modo esclusivo sul risultato.

Non intendo dire che esso non sia importante, perché lo è e rinforza il senso di autoefficacia del giovane a molti livelli, oltre quello sportivo; ma intendo dire che un focus immediato, diretto sul risultato, genera comportamenti disadattivi con conseguenze negative. Come ad esempio una diminuzione della motivazione, del piacere di gareggiare e di conseguenza un possibile abbandono precoce.

Non ha molta importanza quanto il genitore sia coinvolto nei risultati del ragazzo, o appassionato, o esperto di sci (magari perché maestro, allenatore o ad oggi atleta master), ma ha importanza la consapevolezza che alcuni comportamenti sono potenzialmente dannosi e controproducenti per il ragazzo (Bois et al., 2009).

Il difetto, è un difetto di sistema (mondo gare, criteri di merito e qualificazione) e a prevalere, nei giovani e nei genitori, è la rilevanza del risultato cronometrico e di quello pubblico, a scapito degli obiettivi di performance e del processo.

Non credo che il problema sia il cronometro in sé (potrebbe bene essere eliminato, a mio modo di vedere, individuando altri criteri di lettura e valutazione della prestazione), ma il modo in cui viene letta e interpretata la rilevazione cronometrica. Rilevazione che in qualche modo offusca e riduce la portata e l’ampiezza dell’esperienza-gara del giovane atleta, e offusca e riduce l’apporto del genitore a questa specifica esperienza.

2.

Alla domanda se esiste una “zona ottimale” di coinvolgimento del genitore nell’attività agonistica del figlio, sia nelle categorie giovanili che nelle fasi di transizione al professionismo, rispondo riportando alcune linee derivate da studi.

Tra i primi modelli sul coinvolgimento dei genitori nello sport emerge quello elaborato da Hellstedt (1987; 2005) chiamato Parental Involvement Continuum, originariamente sviluppato dalla teoria dei sistemi familiari, che definisce i genitori come:

  • sotto coinvolti,
  • coinvolti,
  • sovra coinvolti nell’attività sportiva dei figli.

Da questo modello elementare già alcuni genitori lettori potranno fare un’analisi personale e alcune valutazioni, capendo meglio in che modo si pongono e dove sono, emotivamente, rispetto all’esperienza agonistica dei figli.

Secondo il modello un coinvolgimento intermedio, moderato, rappresenta l’ideale; mentre il sotto coinvolgimento si riferisce al genitore disinteressato, poco informato, interpretabile dal giovane come mancanza d’interesse e d’investimento emotivo, economico, funzionale.

Il sovra coinvolgimento, invece, si riferisce al genitore che espone eccessivamente il giovane a pressioni che, nel tempo, a un qualche livello (non necessariamente sportivo, ma di vita) risulteranno non favorire il processo di crescita e l’accesso alla vita adulta.

Assistiamo in quest’ultimo caso, a volte in modo plateale, altre velato, ad una scarsa differenziazione tra i vissuti e le aspettative genitoriali, e i tempi di maturazione, elaborazione personale, orientamento del giovane.

Questa scarsa differenziazione, sovente, riguarda anche l’allenatore (che a volte è genitore allenatore), che andrà in questo modo a colludere con il genitore in termini di inadeguatezza delle aspettative e di sovraesposizione emotiva del giovane.

Altri autori (Grenfell e Rinehart, 2003) utilizzano invece un continuum per descrivere la gamma di approcci genitoriali allo sport, dove ai due estremi troviamo:

  • il genitore supportivo, positivo,
  • e quello detto “cospicuo”, negativo.

Questo lavoro si basa sulla teoria dello scambio costi/benefici sociale, e coinvolge il bambino o il giovane in “stringhe emotive”, diventando per i genitori un’opportunità per dimostrare perizia tecnica, abilità, status simbolico e da ultimo potere.

Ancora per fare un esempio, la volontà dei genitori di professionalizzare in modo precoce i propri figli (si pensi alle attrezzature, o alla sovraesposizione sui social, piuttosto che alla programmazione e all’intensità del lavoro d’allenamento), letteralmente esautora obiettivi sociali di ben altra portata per il benessere psico-fisico e per la crescita del giovane (cfr. Domingues & Gonçalves, 2013).

Al fine di creare un modello integrato rispetto a quelli presentati, Brackenridge e colleghi (2004; 2005), attraverso l’utilizzo di dati qualitativi, svilupparono l’Activation States Model.

Nato dal progetto di tutela dell’infanzia nel calcio giovanile, il modello individua i seguenti stati di attivazione: oppositivo, inattivo, reattivo, attivo, proattivo e iperattivo.

Secondo tale modello, sul quale non mi dilungo, la zona ottimale rappresenta l’area in cui la soddisfazione dell’atleta e l’impegno dei genitori si incontrano “in modo positivo”, utilizzando vari canali d’interazione:

  • il linguaggio (cosa dicono i genitori e come lo dicono),
  • le conoscenze e le esperienze (cosa sanno i genitori e come utilizzano tali conoscenze),
  • i sentimenti (cosa provano i genitori, qual è il loro grado di consapevolezza e come modulano/trasferiscono tali vissuti),
  • le azioni (cosa hanno fatto o fanno i genitori in modo concreto e come gestiscono, sul piano relazionale con i figli, quel poco o quel tanto che sono stati in grado di fare).

La percezione positiva di sé e delle proprie capacità è un elemento fondamentale sia nel percorso di un atleta, che in quella del genitore in quanto tale. Ogni prestazione, infatti, è strettamente legata alla percezione di competenza in un dato compito, ma anche alla relazione con il proprio punto di riferimento fuori pista, ossia il genitore.

Orientarsi tra queste molte variabili (non si chiede al genitore di diventare un educatore professionale, né uno psicologo) permette di modulare le varie interazioni: ad esempio, un genitore può avere scarse abilità e conoscenze sciistiche, ma essere assolutamente coinvolto, entusiasta e supportivo nella crescita del figlio come atleta; un altro, viceversa, potrebbe avere conoscenze e competenze alte (un allenatore, un ex atleta professionista o altro), ma avere atteggiamenti ambivalenti o ostili nei confronti dello sci, in virtù della storia personale.

3.

Per concludere fornisco alcuni profili, con i quali il genitore lettore, ma anche gli staff, potranno confrontarsi, al fine di fare una valutazione della propria esperienza e auspicabilmente riorientare la stessa, a proprio e altrui beneficio.

I profili sono necessariamente sintetici e quindi riduttivi, rispetto alla complessità del ruolo e delle funzioni genitoriali; chiedo quindi al lettore di interpretarli come approssimazioni a tipologie di comportamento che, nella realtà, sono più sfumate e presentano confini meno netti.

Il genitore guidato dalle emozioni

Si lascia prendere facilmente dall’eccitazione e dall’emozione che circonda l’esperienza sportiva del figlio/a, con la tendenza a sviluppare un attaccamento emotivo all’attività e a sincronizzarsi con le emozioni del figlio (Hyman, 2009). È quella che sopra ho chiamato “simmetria” tra emozioni-vissuti del figlio/a ed emozioni-vissuti del genitore.

Ad esempio, se il bambino è euforico, il genitore proverà euforia; al contrario, se il bambino non esprime il suo potenziale, il genitore può aggredire o essere depresso (Kriegel, 2007).

Le  oscillazioni umorali possono essere momentanee o durare l’intera stagione e hanno un impatto negativo sul giovane atleta, sul suo benessere e sul modo di vivere la gara.

Inoltre e non secondariamente generano confusione sul piano mentale e prestativo, non permettendo al giovane di esprimersi per quel che potrebbe e saprebbe fare in quel preciso momento del suo processo di crescita.

Una chiosa, rispetto al potenziale espresso, che non è riferito a una prestazione ipotetica, ma attuale; quindi, quando diciamo che il lavoro dell’allenatore o del mental coach sono orientati a facilitare l’allineamento della prestazione reale con quella potenziale, quel “potenziale” non è da intendersi in riferimento a quello che il giovane potrebbe essere o potrebbe diventare grazie al suo talento o al suo impegno, ma a quel che il giovane può realisticamente fare in quel preciso spazio-tempo e contesto.

Un genitore guidato dalle emozioni, dopo una gara, ha comportamenti in qualche modo prevedibili e che il figlio subisce ancora prima di produrre un risultato, ovvero:

  • sorride dopo una vittoria ed è imbronciato o aggressivo dopo un errore o un risultato deludente;
  • sembra più coinvolto quando il bambino o il giovane è felice.

Per comunicare efficacemente con questo genitore, va valutata, paradossalmente, la possibilità di lavorare direttamente con l’atleta, trasferendo strumenti su come affrontare la sconfitta e la vittoria in modo positivo (Martens, 2012), diventando egli guida di comportamento per il genitore stesso.

Scrivo “paradossalmente” perché questo è uno di quei casi in cui è il figlio a doversi fare in qualche modo carico delle difficoltà del genitore, e della sua imperizia a modulare in modo appropriato emozioni.

Il genitore focalizzato sul risultato

Sono caratteristiche distintive di questo genitore quelle di cercare spesso risultati per giustificare il coinvolgimento del figlio o della figlia nello sport (Hyman, 2009), e vede la sua partecipazione come mezzo per raggiungere il successo sotto forma di vittorie o premi (Smoll et al., 2011).

Per supportare (a beneficio del figlio e a sua tutela) tale genitore, possiamo osservare se:

  • è presente agli allenamenti e spesso fa confronti e paragoni con i risultati di altri giovani;
  • monitora le prestazioni statistiche del figlio/a;
  • parla con il figlio/a immediatamente dopo la gara, commentando la prestazione e il risultato;
  • critica le prestazioni degli altri atleti,
  • può contestare le rilevazioni dei giudici di gara e/o criticare aspetti organizzativi.

Per comunicare in modo efficace con i genitori concentrati sul risultato – che sovente mixano le caratteristiche del genitore guidato dall’emotività – dobbiamo lavorare a ché siano coinvolti, ma ponendo dei confini chiari; poiché sarà difficile per loro distinguere tra ciò che è positivo per il figlio o per il gruppo (in senso lato e su obiettivi di crescita, non immediati), e ciò che è nel loro specifico interesse in quel dato momento.

Il genitore focalizzato sul risultato è come se, in quel preciso momento-gara, non vedesse oltre se stesso e il risultati del figlio. Di conseguenza sarà necessario comunicare al genitore che:

  • i risultati devono essere valutati nel tempo, e non nell’immediato;
  • la prestazione può portare al risultato e non viceversa;
  • l’entusiasmo e l’impegno che dimostrano nel sostenere loro figlio potrebbe essere utile anche agli altri e alla squadra;
  • se l’intero staff o gruppo migliora, e se tra staff e squadre e organizzazioni diverse c’è collaborazione, scambio di esperienze, professionalità, migliorerà anche l’esperienza del figlio (Smoll et al., 2011).

Strano a dirsi, ma anche se diffusi e generalmente condivisi da genitori e allenatori, alcuni concetti molto semplici, nel momento gara, perdono presa e sono completamente disattesi, a scapito dei vissuti e dell’esperienza complessiva del giovane atleta.

In questi casi a perdere è lo sport tutto, il sistema, inteso come opportunità d’apprendimento, di espressione di sé, di rafforzamento delle conoscenze e competenze motorie, ma anche cognitivo emotive e culturali.

Il genitore veterano o esperto

È un genitore che ha avuto precedenti esperienze nel mondo dello sport, e le utilizza per comunicare, capire e reagire alla partecipazione dei propri figli.

Per identificare un genitore esperto, possiamo notare se il genitore:

  • sembra vivere attraverso l’esperienza e il successo del figlio (anche in modo apparentemente velato contraddittorio, ambiguo);
  • spera che il suo bambino/a raggiunga il proprio livello di successo come atleta, oppure lo superi (Martens, 2001; Smoll et al., 2011);
  • dimostra di avere conoscenza specifiche di settore a vari livelli, e offre spunti che potrebbero comunque essere utili.

Per comunicare efficacemente con questa tipologia di genitore è buona prassi ascoltare ed evita di mettersi come allenatori, sulla difensiva riguardo a suggerimenti e commenti (Smoll et al., 2011).

Buona cosa è formare con il genitore esperto una relazione positiva, un rapporto di fiducia, che sposta però l’asse dell’attenzione sullo sviluppo della squadra o del gruppo, e non solo sul risultato del figlio (Ronglan & Havang, 2011).

In questo modo egli si sentirà riconosciuto, accolto, valorizzato, anche legittimamente. Inoltre, se ha gareggiato ad un alto livello, potrà comprendere meglio e fornire maggiori informazioni sull’esperienza che il proprio figlio o i coetanei stanno vivendo (Dorfman, 2003).

4.

Sebbene si sia tentati di concludere che certi comportamenti dei genitori siano in assoluto negativi o positivi, il loro coinvolgimento è molto più complesso. Ad esempio, alcuni comportamenti (presenza, consigli, incoraggiamento, supporto emotivo) possono avere un effetto positivo durante la prima infanzia, ma successivamente portare a conflitti con l’allenatore e/o con gli atleti (Lauer et al., 2010), i quali necessitano di autonomia (Deci e Ryan, 2002).

Se è vero, come è vero, che il lavoro dei tecnici, a vari livelli, è finalizzato alle autonomie dei giovani atleti, il genitore dovrebbe avere bene chiara questa finalità e favorire il processo di crescita, limitando le dinamiche di controllo.

Diverse ricerche (vedi Harwood e Knight, 2015) hanno evidenziato come il sostegno e l’incoraggiamento dei genitori sono positivamente associati alla competenza, al divertimento, alla motivazione e all’autonomia dei figli. Tuttavia, i genitori hanno anche un impatto potenzialmente deleterio, producendo ansia da prestazione e vissuti negativi del contesto gara, attraverso la critica verbale, comportamenti conflittuali e manifestazioni di rabbia.

Molte organizzazioni, per affrontare questo tema, fissano una sorta di decalogo, cioè delle regole che consigliano o in qualche modo obbligano i genitori a determinati comportamenti, a prescindere dal contesto sportivo.

Questo approccio, che evidentemente riduce l’autonomia dei genitori e la partecipazione attiva, ma frustra anche le aspettative del genitore esperto (o che si percepisce tale), ha mostrato in alcune esperienze chiari limiti.

Inoltre, al di fuori dello sci club, il giovane atleta è comunque “consegnato” alla famiglia, ai genitori che, con tutta evidenza, potranno influire in un senso o nell’altro sull’esperienza vissuta, sul modo di ragionare, di definire priorità e valori.

Con i genitori, viceversa, va cercata e creata dapprima un’intesa umana, poi un’alleanza educativa, una collaborazione fattuale per realizzare percorsi formativi personalizzati, approfondendo diverse tematiche, tra le quali:

  • la consapevolezza e il ruolo del genitore nella crescita sportiva del proprio figlio/a;
  • la condivisione degli obiettivi personali e del figlio/a;
  • la relazione tra valori, obiettivi e aspetto motivazionale nel giovane;
  • la definizione e la gestione delle aspettative genitoriali;
  • l’importanza della comunicazione, dei feedback e delle relazioni, dentro e fuori dal contesto allenamento o gara;
  • la conoscenza e la gestione mentale del pregara e del post gara, ma anche tra le manche ecc.

Questi percorsi possono essere organizzati sia in gruppo che singolarmente, l’obiettivo è comunque quello di dare l’opportunità ai genitori di conversare su una tematica, di esplorare e confrontare le proprie esperienze (magari con l’aiuto di un moderatore o conduttore esperto), piuttosto che creare una serie di incontri formativi propriamente intesi.