Chi sono quando dico “io”? L’identità personale, tra realtà e mito

Ne L’insostenibile leggerezza dell’essere Milan Kundera (1984) scrive: Proprio in questo modo sono costruite le vite umane […] come una composizione musicale. L’uomo, spinto dal senso di bellezza, trasforma un avvenimento casuale […] in un motivo che va poi ad iscriversi nella composizione della sua vita. Ad esso ritorna, lo ripete, lo varia, lo sviluppa, lo traspone, come fa il compositore con i temi della sua sonata. […] L’uomo senza saperlo compone la propria vita secondo le leggi della bellezza persino nei momenti di più profondo smarrimento.

Per quanto legate a un romanzo, queste righe hanno un fondo di verità e il modo di concepire noi stessi, di collocare i fatti che caratterizzano le nostre esperienze, non si appiattisce sulla sola dimensione individuale – che potremmo anche dire biografica – ma, innegabilmente, è inserita in quella trama complessa di relazioni che chiamiamo “vita”.

Riconoscere questa condizione diviene decisivo per incrinare l’infondata, quanto diffusa percezione, di viere un’esistenza irrelata, sradicata da tutto e tutti.

Già riconoscere che il nostro rapporto alla realtà è condizionato – sia pure per opposizione in alcuni casi – dalla nostra storia, dalle nostre origini familiari (tratti somatici, culturali, psicologici, ecc.), è un primo passo verso questa consapevolezza.

Ancora più incisivo, sul piano evolutivo, è riconoscere però che la famiglia è solo un tassello della nostra identità, perché a sua volta inscritta nel contesto storico e relazionale-sociale nel quale si è costituita, perpetuata e a volte disgregata.

Sul piano personale ne consegue che ogni biografia nasce, come scrive Màdera (2013), da una composizione di materiali in parte già presenti (gli sfondi di precomprensione del mondo che derivano dalla natura, dai modelli culturali, dall’epoca, dalla posizione sociale e di genere, dalla formazione), in parte da scegliere fra le varianti possibili di ciò che è già dato, in parte da inventare.

Quello che siamo, la nostra storia o meglio, la storia che “raccontiamo a noi stessi”, data la pluralità di fonti, non determina alcuna condizione, né dirige o modella in modo deterministico le nostre scelte, perché l’esperienza [biografica] è strutturata attraverso un’interazione alla quale il singolo contribuisce moltissimo con il suo temperamento, con gli eventi e i processi fisici, con la sua reattività fisiologica, con i suoi caratteristici schemi di regolazione e sensibilità” (S. A. Mitchell, 1988).

In definitiva, per quanto composta “a più mani”, la storia di ciascuno di noi prende forma dalla sua specifica capacità di comporla: Noi non discendiamo, ma affioriamo dalle nostre storie (A. Michaels, 2001).

Quindi, per quanto scomodi possano essere i fatti che hanno caratterizzato (o caratterizzano, nell’attuale) le nostre vicende, la nostra biografia non sarà la semplice sommatoria di questi fatti, ma prenderà piuttosto forma dal senso che avremo saputo darle; dal modo in cui saremo stati in grado di elaborare ciò che ci è successo sul piano simbolico e personale.

Nella prospettiva dell’identità biografica ciò significa, per usare ancora una bella formula di Màdera (cit.), dare spazio ad una geometria variabile di senso intessuta narrativamente, che potrà realizzarsi tanto più autenticamente, quanto meno eluderà la comprensione della sua componente sovrapersonale; riconoscendosi, inoltre, anche come un nuovo modo di darsi dell’intero e assumendo la responsabilità personale di indicare una rotta alle prove dell’esperienza […] escogitando il modo di farle coesistere il più possibile armonicamente.

Questo richiamo all’armonia, ancorché auspicabile, non va comunque mitizzato esso stesso e possono bene coesistere, nella narrazione di sé, elementi dissonanti, ombre, frizioni emotive, vissuti mai risolti o irrisolvibili; altrimenti il rischio è una retorica di senso opposto – oggi ampiamente predicata – dove prevale l’idea di un’autoefficacia personale, che non lascerebbe spazio al dubbio.

Per concludere, possiamo anche osservare quanto detto da un’altra prospettiva che, con Bernhard, chiameremo “mitobiografica”. Secondo questo autore al centro di ogni esperienza biografica si troverebbe un “mitologema”; cioè un aspetto di un mito che, consapevolmente o meno, opererebbe come cornice di senso capace di strutturare, in chiave narrativa, un variegato agglomerato di contenuti mentali, immagini, ricordi ed esperienze biografiche, che trascendono la dimensione personale e la inscrivono in una narrazione più ampia.

In ogni biografia, insomma, premerebbero componenti della coscienza e dell’inconscio collettivo, motivi di famiglia, di stirpe, di razza e di civiltà, cosiddetti elementi karmici, ecc., in breve, fattori psichici che provengono da una radice non personale e che traggono origine da un particolare “mito che li innerva (E. Bernhard, 1992).